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BREVE STORIA DELL'ETICHETTA 

   Fino alla fine del 1600 le tecniche enologiche erano ancora mancanti dell’ultimo ed essenziale anello: la conservazione in bottiglia del vino finito, con la chiusura del tappo di sughero. I tappi di sughero, già conosciuti alla fine del 1500, appaiono utilizzati per chiudere temporaneamente il cocchiume delle botti, ma non ci sono riferimenti che mostrino una tappatura stagna delle bottiglie.

    A partire dal 1660 in Inghilterra si cominciano a usare pesanti bottiglie di vetro prodotte da sir Kenelm Digby, chiuse ermeticamnte con tappi di sughero, per la produzione di "sparkling Champaigne". Alla fine del 1600 l’utilizzo di bottiglie di vetro e tappi di sughero per la produzione dello Chmpagne era passata in Francia. Questo tipo di chiusura permetteva anche di conservare più a lungo i vini rossi o chiaretti. Un trattato francese del 1718 dichiarava che ormai si era in grado di conservare il vino per "quatre, cinq et même six ans".

    In quegli anni quest’uso si affermò anche in Italia. A partire dai primi decenni del 1700 si effettuarono acquisti di bottiglie e tappi per imbottigliare il vino alla corte dei Re sabaudi, perchè appariva ormai chiaro a tutti che il vino in bottiglie di vetro ben chiuse aveva una durata ben maggiore di quello esclusivamente conservato in botte, e che per di più era in grado di mantenere le sue caratteristiche organolettiche anche per la durata di 4 o 5 anni.

    I tappi si acquistavano a Lione. Si ha notizia che nel 1717 la Corte Sabauda comprò una "balla di boccioni di liège". Nel 1719 un "ballotto di taponi di nata", nel 1721 un "ballotto di 8000 boccioni di nata". Il vino di bottiglia era ormai sinonimo di qualità e di pregio. Nel 1722 si imbottigliarono 1205 bottiglie del "vino bianco che beve Sua Maestà".

    Con l’avvento delle bottiglie di vetro e con la varietà dei vini prodotti si sentì allora il bisogno di identificare i vini stessi per origine e per qualità. Forse da qui nasce l’etichetta moderna.

    La prima etichetta scritta interamente a mano di cui si abbia notizia è quella che permise, nel 1700, al botanico fiorentino Micheli, di riconoscere il vino appena servito in tavola. Si trattava di "Verdicchio". Ma la più antica etichetta annoverata nei musei è, per ora, quella francese scritta dal monaco Pierre Pèrignon il quale, mettendo a punto il suo metodo Champenoise, consentì alla bottiglia di entrare da dominatori nel mondo dell’enologia. Egli, per non confondere annate e vigne d’origine e qualità del vino destinato all’invecchiamento, etichettò le bottiglie con una pergamena che veniva legata al collo della bottiglia con un pezzo di spago.

    Ma per buona parte del XVIII secolo, l’identificazione del vino fu assimilata a quella del produttore, il cui emblema, le cui iniziali, il cui stemma araldico o più semplicemente un grappolo d’uva o una ghirlanda erano stampigliati in rilievo sulla base più larga del collo della bottiglia.

    Verso la metà del Seicento sulle tavole dei nobili inglesi, il vino era servito in caraffe ornate di una placca di peltro o d’argento su cui era inciso il nome del contenuto: "Claret", "Whit","Renisch" o "Sack".

    Essendo molto costosi i suddetti metodi di identificazione del vino, il marchio del produttore fu progressivamente sostituito dall’etichetta, interamente scritta a mano, almeno fino alla metà del Settecento. Dopo tale periodo l’etichetta di carta, fece la sua apparizione, stampata in modo semplice, generalmente al torchio, con caratteri neri su carta bianca normale. Di questo tipo si conoscono etichette della "Dilthey Sahl & Co." del vino "Rudesheimer Berg", della "Claud Moet" (oggi Moet Chandom), ed altre etichette di notissimi vini francesi come lo "Chateau Lafite Rothschild.

    Fu nel 1798 che si verificò una vera rivoluzione nel campo dell’etichetta. In quell’anno infatti il cecoslovacco Alois Senefelder inventò la litografia, e permise, con questo tipo di stampa, la possibilità di stampare piccole e grandi quantità di etichette da vino. Questo metodo consisteva nel disegnare il bozzetto da produrre su una pietra, far passare sopra quest’ultima il rullo inchiostarto ed il gioco era fatto; in poco tempo e con una spesa relativa si potevano ottenere diverse copie della medesima etichetta.

    Le piccole realtà produttive, a conduzione familiare, optarono per le etichette prestampate solo in parte, in modo da poterle adattare alle proprie esigenze di produttori ed all’immaginario del destinatario. Invece le aziende vitivinicole di medie e grandi dimensioni, preferirono il rettangolino di carta interamente stampato dal litografo che si preoccupò di arrichire l’etichetta di nuovi elementi informativi.

    La crescita dell’industria del vetro e l’incremento dei trasporti fecero aumentare la richiesta di bottiglie e, contemporaneamente la produzione del vino e dei suoi derivati divenne sempre più prerogativa della nascente industria, che per garantire la clientela dovette etichettare la bottiglia stessa. Le prime etichette erano quasi sempre generiche, stampate su rettangoli di carta bianca, in gotico o nel "corsivo inglese del Bodoni" ed indicavano soltanto il tipo di vino. Spesso il produttore o l’imbottigliatore aggiungevano il proprio nome e l’annata. Abbiamo esempi di questo tipo per Barolo, Soave, Marsala, Bordeaux ecc.

    In Italia le etichette più antiche sono di produttori piemontesi, fornitori della Casa Reale Savoia, e di produttori siciliani, salva eccezione per un produttore dell’isola d’Elba, allora Granducato di Toscana, cge, nel 1820 circa, etichettava il suo vino "Vin mousseux des Proprietès di Jacques Foresi Lacona a l’Ile d’Elbe". Si conoscono inoltre bottiglie di Vermouth della ditta Cinzano, conservate nell’archivio storico di Santa Vittoria d’Alba, datate 1852 che recano scritto sull’etichetta la dicitura "Francesco Cinzano Confettuiere e Liquoriere Fornitore della Real Casa, bottiglie che venivano smerciate nella bottega laboratorio di via Dora Grossa a Torino.

    Le etichette italiane del XIX secolo, non risaltano la qualità del vino ma concedono ampio spazio alla fantasia e traggono spunto dalla vita contadina o dall’araldica, riproducendo stemmi o medaglie appartenenti alla famiglie produttrici.

    Con il passar degli anni l’orgoglio dei produttoriva sempre più aumentando, ed essi desiderano vantare un’etichetta che metta in bella mostra menzioni d’onore, medaglie, trofei e targhe guadagnate nel corso di esposizioni. Parallelamente a questa, se ne fa avanti un’altra, quasi opposta, per la quale tanto il vino è pregiato, tanto più la sua etichetta deve essere essenziale; è il caso limite del Borgogna Remanée Conti (non più di 7000 bottiglie l’anno) contraddistinto da un’etichetta estremamante povera, senza fregi ornamentali, scritta in nero su fondo bianco che riporta la firma autografa del gerente la società.

    All’inizio del nostro secolo appaiono le etichette decorate, i paesaggi, i personaggi pittoreschi o faunistici, ai quali il decoro della Belle Epoque porta la sua ricchezza ornamentale. Questo fino al 1950, anno in cui la legge impone un’etichetta più pedante, didascalica, molto chiaccherata, in cui la letteratura informativa appare prolissa e indefinibile.


                
Le notizie sulla storia delle etichette sono state  in parte tratte dalla "Guida pratica per una collezione di etichette" di Pier-Luigi Ballesio e da "Breve storia delle etichette e del collezionismo" di Mario Mazzarelli.

 

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